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L’ ASSASSINIO del punto e virgola (di cui Stefano Bartezzaghi scrive su Repubblica del 5 aprile) è molto più grave dell’ assassinio di padri, madri, figli, figlie, mariti, mogli, nonne, cognati, di cui parlano con infinita voluttà i nostri telegiornali. Una lingua deve la propria eleganza alla ricchezza dei suoi strumenti espressivi. Una vera lingua possiede un foltissimo vocabolario: molti sinonimi: molti modi di dire: non usa mai forme inespressive o meccaniche: alterna il periodo lungo dieci righe a quello di tre parole: corre velocemente o rallenta, come se stesse per addormentarsi: conosce le frasi subordinate, usa il tempo indicativo, il condizionale e il congiuntivo: se è il caso, inventa metafore; possiede tutti i segni di interpunzione-punto, due punti, punto e virgola, virgole, trattino, parentesi. Nessuno è inutile, perché essi segnano pause più o meno profonde, e danno ritmi diversi alla prosa. Se perdiamo la ricchezza della lingua, diventiamo incapaci di pensare, o di elaborare i nostri pensieri. Anche oggi, l’ inglese è una lingua meravigliosa, antichissima e modernissima, nella quale si può rinnovare lo stile di Shakespeare e di Dickens, e discutere di fisica atomica. Negli ultimi anni, la sua straordinaria diffusione ha prodotto un sotto-inglese per menti povere, parlato e scritto da miliardi di persone. Non penso soltanto alle chiacchiere dei computer o degli stranieri. Penso soprattutto alla lingua per professori, composta da periodi di tre parole: soggetto, verbo, complemento oggetto. Come si vede da molti esempi, specie in libri di saggistica, questa sotto-lingua rende difficilissimo l’ esercizio di pensare. Descrivere un paesaggio o un personaggio, rappresentare una psicologia, suggerire un complesso rapporto causale o temporale, tentare un’ analisi, orchestrare una catena di metafore, modulare l’ intelligenza come una musica, tutto questo, nel sotto-inglese di oggi, è quasi impossibile. Lo scrittore italiano del 1825 o del 1900 o del 1935 combatteva contro una lingua rigida, quasi cadaverica. Oppure, la vera lingua italiana stava nascosta nel suo corpo apparente, e il romanziere e il poeta dovevano riscoprirla e reinventarla, ogni volta che componevano un libro. Così fecero Manzoni, Leopardi e Gadda. Negli ultimi cinquant’ anni, l’ italiano scritto è diventato una lingua moderna. Nessuno prova impaccio a raccontare un aneddoto: ciò che gli italiani non erano più capaci di fare. Un dialogo elegante e quotidiano – lo scoglio contro cui ha urtato per due secoli la nostra narrativa – riesce anche a scrittori di mediocre talento. Possiamo tradurre da qualsiasi stile. La lingua italiana è agile, flessibile, ondulata, melodica, colorita: ma, appena lo vogliamo, può diventare un grandioso strumento intellettuale, con una dignità, un’ autorità e una solennità che ci ricordano il suo vecchio sangue latino. Come esiste un sotto-inglese, oggi esiste un sotto-italiano. Sono molto diversi. Da un lato, il sotto-italiano appartiene agli avvocati e ai magistrati; e accumula periodi immensi, gonfi, bolsi e confusi. Frasi di venti righe possono essere tradotte in tre righe. D’ altra parte, il sotto-italiano è quello dei ragazzi che usano il computer e parlano ai telefoni cellulari: un borborigma inesistente, che conosce duecento vocaboli, tutti ripetutissimi e meccanici. Qualche volta, queste due lingue si confondono, e il ragazzo parla come l’ avvocato, e l’ avvocato come il ragazzo. L’ effetto è comicissimo. Credo che Stefano Bartezzaghi riuscirebbe facilmente a parodiarlo
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2 risposte a ; ; ; ; ;

  1. Peppe ha detto:

    ma Bartezzaghi quello che fa le parole crociate sulla settimana enigmistica???
     
     
     
    Nightfly

  2. Lucia ha detto:

    tu riesci ad usare correttamente la punteggiatura pure in un sms…tu si che sei un vero cultore della quotidianeità…Un abbraccio

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